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In questo 1 Settembre, nuvoloso, piovoso, fresco, da passare in casa suonando nella speranza che arrivi presto l’inverno, vi propongo questo sondaggio.

Viola da gamba Barak Norman, Londra 1697 (Berlin, Museum)

Il problema principale nasce dal fatto che uno strumento è inteso dal musicista come un prolungamento di se stesso. Come un arto in piu. Una parte del corpo il cui è posto uno degli organi piu importanti del proprio corpo. Da trattare con cura, amore. O come una persona, un cane, un gatto, un pesce rosso, cui dare un nome, fare le coccole, dare la pappa. Ehm, no, questo magari No.
Quando si acquista uno strumento, nuovo o usato, sia il violista, sia la viola, hanno bisogno di entrare in confidenza l’uno con l’altro. Proprio la componente psicologica influenza quasi tutti i violisti e li spinge ad improntare un rapporto con lo strumento molto particolare. Lo strumento , come dicevo sopra, è trattato:

A – come una parte del corpo
B – come una persona/essere vivente

In linea di massima nei casi B, che sono quelli piu interessanti perché piu dinamici e divertenti da vedere da fuori, ed emozionanti se li si vive in prima persona, il rodaggio assume un ruolo fondamentale. È quel periodo che, secondo la mente malata del violista, potrebbe rovinare per sempre o rendere splendido il rapporto con lo strumento.
Nella maggioranza dei casi l’obiettivo fondamentale è quello di capire la viola, le potenzialità, le caratteristiche timbriche, i limiti. In che modo? Tante scale, arpeggi, tecnica. Improvvisazione ed esecuzione di brani che più il singolo violista ama. Marais e altri francesi depressi se si vuol dare allo strumento in imprinting “depresso” . Abel, Hume e altri ubriaconi solari se si vuole dare allo strumento un imprinting “solare!
Il tutto con delicatezza e amore, senza forzare nulla, senza pretendere nulla. Niente repertorio, se possibile, per i primi giorni, e grande cura dell’attacco del suono, per abituare lo strumento a rispondere prontamente. Insomma, la viola è intesa come una persona da accettare con i suoi pregi e difetti.

In altri casi, piu che un’operazione di comprensione, vi è l’educazione dello strumento. Un po’ come mandare il proprio cane da un’addestratore. O ammazzarsi di esercizi in palestra.
In realtà è una pratica più legata agli strumentisti classici/moderni, (il violino e tutta la sua allegra famigliuola), ma anche ai violisti, ve lo assicuro, e consiste nel favorire l’apertura del suono suonando lo strumento, nella prima parte della sua vita, con “estremo vigore”, vale a dire: note lunghe e gravi, suonate vicinissime al ponte e con un attacco deciso. Bicordi di III, IV, V, per tutta la lunghezza della tastiera e sempre nel registro medio-grave, curando il più possibile, sempre, l’intonazione. Ottave e unisoni. In questo modo, secondo loro, il suono dello strumento si apre e si addolcisce.

Poi vi sono anche liutai orientali che attaccano i loro nuovi strumenti a una cassa/amplificatore, fanno partire la musica e tadaaaaaaaan lo strumento vibra da solo e inizia il rodaggio -.-””’

In linea di massima, però, non vi sono indicazioni precise come invece avviene con strumenti ben più delicati nella fase di adattamento come il flauto dolce, che invece richiede tempi di rodaggio biblici, senza i quali lo strumento subirebbe seri danni.

Io non vi dico cosa faccio,

Ma voi, CHE FATE?

Rispondete numerosi, commentando questo articolo, parlateci del vostro rapporto con uno strumento nuovo e dateci tante idee interessanti!!!

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